M come Meme

M come Meme

Sulle bacheche social, nelle mail che riceviamo, nei gruppi che frequentiamo compaiono spesso contenuti per lo più bizzarri o umoristici, un insieme di grafica e testo che scatena in noi una risata, una riflessione, un vaffa!

Abbiamo imparato a chiamarli meme e a crearli, diffonderli, commentarli come parte essenziale della Rete.

Spesso la loro natura goliardica favorisce la rapida diffusione, anche se la notizia è priva di un reale riscontro, generando una distinzione tra chi coscientemente “si fa e fa fare una risata” e chi prende per vero il suo contenuto (“l’ho trovato su internet”).

A volte i meme diventano a tutti gli effetti una rivalsa, che acquista forza mano a mano che i contenuti diventano virali, una sorta di bandiere generazionali, sfottò usati addirittura in parlamento e simboli di fratture generazionali.

Eppure il termine nasce nel 1976, quando internet e i social erano degli emeriti sconosciuti. Viene coniato da Richard Dawkins in “Il gene egoista” come analogia tra evoluzione genetica e culturale, una imitazione (mimeme in greco) che viene abbreviata per assonanza in meme[1].

«Proprio come i geni si propagano nel pool genetico saltando di corpo in corpo tramite spermatozoi o cellule uovo, così i memi si propagano nel pool memico saltando di cervello in cervello tramite un processo che, in senso lato, si può chiamare imitazione.»

Per Dawkins, i meme sono unità minime culturali.

«Esempi di meme sono melodie, idee, frasi, mode, modi di modellare vasi o costruire archi»

Un’accezione caduta però nel dimenticatoio fino all’avvento di Internet dove però la trasformazione dei meme non avviene per casualità a cura di un replicatore passivo ma piuttosto per (ri)creazione attraverso una continua attualizzazione del simbolo all’interno del discorso. Diciamo pure che in internet i meme indicano qualcosa di molto tipico dell’ambiente in cui vivono e riprendono solo in parte il concetto originario. Ma la nuova accezione si è “mangiata” la precedente e quindi “meme è chi meme fa” (anche lo stesso Dawkins ne ha preso atto).

Seppure ci risulti facile associare il termine a immagini, i meme possono essere di varia natura, anche solo testuale, come la Legge di Godwin:

«A mano a mano che una discussione su Usenet si allunga, la probabilità di un paragone riguardante i nazisti o Hitler, tende ad uno»

Ecco che il sorriso di Gene Wilder in Willy Wonka, la faccia (immutabile) di Nicolas Cage o l’espressione stranita di John Travolta in Pulp Fiction vengono continuamente replicate, modificate, adattate alle necessità del momento, colmando un divario di comunicazione e portando con sé un sottotesto aggiuntivo rispetto al messaggio diretto.

I meme (di internet) ci rappresentano più di quanto (magari) vogliamo. Come li usiamo, creiamo, diffondiamo definiscono la nostra postura nella rete, le nostre capacità comunicative, la quantità di “parole” che abbiamo a disposizione. Non a caso sono oggetto di studio e, come ogni frutto della creatività umana, considerati anche una forma d’arte.

A volte, li usiamo a sproposito, non conoscendone l’origine e il significato nascosto. In questo caso, la rete ci viene in aiuto. Esistono siti dove è possibile vedere la storia di un meme e la sua evoluzione. Un’ulteriore piacevole distrazione e un’occasione per comprendere ancor di più l’Homo social.

(clicca sull’immagine per accedere al Dizionario)


[1] Richard Dawkins, Il gene egoista, traduzione di Daniela Conti e Tiziana Imbastaro, Mondadori, Milano

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