Racconto: Ogni voto conta

Racconto: Ogni voto conta

Nel novembre 1996, al senatore Mike Jackson proprio non era andato giù che John Blaha, un cittadino americano, non avesse potuto votare. Sapeva quanto era importante ogni singolo voto, visto che la prima volta lui era stato eletto con un margine di sole sette preferenze. Continuò dunque a fare pressioni finché, nel 1997, il governatore del Texas George W. Bush si decise a firmare una sua proposta di legge che consentiva agli abitanti dello Stato della stella solitaria di esercitare il proprio diritto anche in caso si trovassero particolarmente lontani dalla loro circoscrizione.

Nell’autunno di quell’anno, Tony Sirvello, responsabile delle elezioni per la contea di Harris, si presentò nella sala autorizzata dal nuovo protocollo perfettamente sbarbato e vestito per l’occasione. Sedette al computer e inserì le sue credenziali nel sistema. Selezionato l’indirizzo del richiedente, allegò la scheda e inviò il pacco verso una meta davvero particolare. La missiva partì, come tante altre inviate dal suo ufficio, e, dopo aver percorso molta strada, arrivò (incolume) in Russia. Ma il suo viaggio non era ancora giunto al termine. Dalla Russia venne infatti inoltrata al recapito indicato mesi prima, quello stesso posto in cui aveva temporaneamente vissuto John Blaha.

Sirvello seguì il protocollo e, tramite un’email separata, spedì i codici d’accesso e le istruzioni per votare. Grazie ai computer, il tutto giunse in pochi istanti nella casella di posta dell’elettore, al momento impegnato nel lavoro quotidiano.

Chiusi i sistemi di comunicazione, Sirvello riprese a occuparsi delle altre sue mille mansioni. Era tranquillo e soddisfatto: il diritto al voto era stato garantito e la scelta sarebbe stata rispedita al sistema entro pochi giorni. Sempre che l’elettore avesse deciso di esprimersi.

 

David Wolf lavorava alacremente in quello spazio un po’ claustrofobico che dal 25 settembre 1997 era la sua casa. Era un lavoro duro, a volte sporco. I suoi predecessori avevano affrontato e sconfitto l’ignoto. A lui toccava renderlo abitabile. Era una zona di frontiera, le difficoltà erano all’ordine del giorno e la capacità di affrontarle compatti avrebbe confermato – oppure no – la forza dell’alleanza con i russi, impensabile in quel territorio fino a poco tempo prima.

Era nato a Indianapolis, Indiana, nel 1956. Il suo curriculum narrava le gesta di un fisico, di un ricercatore, di un pilota acrobatico ma, soprattutto, di un astronauta. La sua casa era la MIR, la stazione spaziale russa posta in orbita terrestre bassa che da oltre dieci anni sfrecciava intorno alla Terra, compiendo più di quindici orbite al giorno, una ogni novanta minuti circa.

La missione assegnata all’americano e ai suoi compagni russi, il comandante Anatoly Solovyev e l’ingegnere di volo Pavel Vinogradov, era densa di impegni. Tra le varie cose dovevano sistemare i danni che un incendio aveva causato al generatore chimico di ossigeno e, soprattutto, quelli prodotti dallo schianto della navicella Progress M-34 contro i pannelli solari, che avevano ridotto a un terzo l’energia disponibile.

 

I danni ai pannelli solari causato dallo schianto della navicella Progress M-34
I danni ai pannelli solari causato dallo schianto della navicella Progress M-34

Come tutti quelli che partono per oltrepassare le colonne d’Ercole, David Wolf aveva salutato lo Shuttle Atlantis, la sua scialuppa, agitando la mano.

Il suo mondo sopra il mondo, come amava pensarlo, gli ricordava l’epoca d’oro della fantascienza. I tasti dei comandi sembravano d’avorio antico, i rivestimenti erano in pelle pregiata, l’attrezzatura di metallo lucido. Banalissimi elastici trattenevano i pesanti ferri del mestiere. La MIR gli ricordava la macchina del tempo di H.G. Wells, mentre la navicella di salvataggio Soyuz sembrava uscita dall’immaginario di Jules Verne.

La stazione spaziale era affascinante ma avida di attenzioni, e lui e i compagni avevano imparato a farsi carico autonomamente di mille piccole manutenzioni che aggiungevano al già pesante mansionario. Chi voleva, trovava sempre qualcosa da fare. David si era preso l’incarico di conservare in buono stato i filtri dell’aria e il risultato era fresco e rinvigorente. Aveva deciso di lasciare la stazione in condizioni migliori di quelle in cui l’aveva trovata. E più pulita.

Purtroppo, però, il ritmo a bordo era talmente serrato che lo stress era sempre dietro l’angolo. Per molti aspetti, il lavoro era simile a quello che si svolgeva nelle basi dell’Antartide, ma lì l’isolamento assoluto nello spazio silenzioso portava presto a sentirsi privi di radici, dimenticati, quasi abbandonati. A ogni orbita, i dieci minuti di contatto con il Centro Missione di Mosca erano a malapena sufficienti per esporre lo stato attuale e ricevere le indicazioni necessarie. Troppo pochi per mantenere un legame.

David Wolf attendeva quindi con trepidazione i momenti in cui poteva sentirsi “a casa”.
Pur orbitando sopra di essa a oltre 27000 chilometri orari, ricevere un’email dall’Ufficio della contea di Harris con le istruzioni e le chiavi per esercitare il proprio diritto fu proprio uno di quei momenti.

E pensare che anche quella volta i russi avevano battuto gli americani! L’anno prima, Usachev e Onufriyenko avevano votato per le elezioni presidenziali dalla MIR. David pensò ai successi americani, la Luna e lo Shuttle. Votare era un modo per riappropriarsi della sua nazionalità: la bandiera statunitense cucita sul suo abbigliamento non gli bastava.

Non aveva le idee chiare sui temi in votazione il 4 novembre 1997, ma non importava. Poteva esprimere la sua preferenza per il futuro sindaco di Houston, per un pugno di cariche amministrative e per confermare – oppure no – una quindicina di emendamenti alle leggi statali. Almeno per il sindaco la scelta era facile, ricordava i candidati e le rispettive posizioni. La candidatura di Lee Patrick Brown era di sicuro la più forte: primo capo di colore della polizia di Houston, promotore della stretta relazione tra forze dell’ordine e comunità, ex capo della polizia di New York e, dal 1993, direttore della task force antidroga, su mandato del presidente Clinton. Probabilmente Houston avrebbe avuto il suo primo sindaco di colore, grazie anche all’appoggio del primo cittadino uscente, non più eleggibile per il limite dei tre mandati. Il concorrente più agguerrito era senza dubbio Rob Mosbacher, figlio dell’ex segretario al Commercio del presidente Bush, sostenuto dal sindaco di New York, Rudi Giuliani.

Wolf aveva fino al giorno delle elezioni per inviare la risposta e si prese il tempo necessario per riflettere su ogni quesito. Votare era qualcosa di piccolo o grande sulla Terra, a seconda del vissuto personale e della congiuntura storica. Ma lì, nello spazio, anche le piccole faccende avevano un grande impatto. Durante il lavoro i quesiti lo tenevano legato a casa, come il perfetto bilanciamento tra gravità e velocità tenevano la MIR agganciata alla Terra.

La Terra e la MIR
La Terra e la MIR

Giunse il momento. Chiudendo gli occhi, l’astronauta immaginò di trovarsi nella cabina elettorale e spuntò le proprie preferenze, seguendo con scrupolo le istruzioni ricevute.

Il voto ritornò alla sorgente come un salmone, rimbalzando dal Centro Missione di Mosca e arrivando alla stazione di controllo del Johnson Space Center di Houston, dove Tony Sirvello l’avrebbe trasferito nel più assoluto riserbo sulla scheda elettorale di David Wolf, residente a Houston come la maggior parte degli astronauti americani.

David Wolf (al centro) festeggia il Natale 1997 sulla MIR
David Wolf (al centro) festeggia il Natale 1997 sulla MIR

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