La democrazia del metodo scientifico, ossia un’ultima parola sul pensiero scientifico alla prova della pandemia

La democrazia del metodo scientifico, ossia un’ultima parola sul pensiero scientifico alla prova della pandemia

Non torno sul tema da un po’. Non certo per la tentazione del “l’avevo già scritto” e nemmeno perché ritengo che tutto “è già stato imparato”.

Chi si occupa di educazione – sarebbe bello dire tutti – sa benissimo che le conoscenze e le competenze vengono perse se non sono utilizzate. Ma non solo, quelle stesse abilità devono adeguarsi ed evolvere per adattarsi al continuo cambiamento del mondo.

Un cambiamento che di solito non percepiamo. Le nostre vite sono talmente corte rispetto ai mutamenti della natura che fino a poco tempo fa la nostra esistenza era rigidamente divisa in fasi: impara, lavora, riposa (se ci arrivi). Anche il nostro modo di pensare si è adeguato a questi momenti, appiccicando l’idea di imparare alla scuola e separandolo dalla pratica quotidiana.

L’aumenta della durata media della vita avvenuto nell’ultimo secolo è strabiliante. Ci ha dato una nuova stagione (forse anche due) e ha messo in discussione tutto. È un cambiamento con tempi medi di cui possiamo analizzare gli effetti avendo ancora a disposizione le generazioni di partenza ed arrivo. Ad esempio, è evidente come la frattura tra le generazioni sia oggi molto più ampia rispetto al passato.

Un altro mutamento introdotto negli ultimi decenni è la frammentazione del quotidiano grazie alla rivoluzione informatica. L’accesso, seppur limitato dal divario tecnologico ancora esistente, apre un mondo di infiniti canali, sorgenti di informazioni variegate e difformi, nel quale l’autorevolezza delle figure classiche di paese (maestra, dottore, sacerdote… in pratica chi aveva studiato più a lungo) svanisce di fronte alle diverse velocità con cui viaggiano le novità (vere o presunte), alla (iper o ipo) disponibilità delle fonti, alla personalizzazione estrema delle esperienze. Se prima era possibile catalogare i vissuti in macrocategorie, adesso ognuno vive la proria esistenza su binari distinti, sfasati e non paralleli. È tutto un “non farmi lo spoiler” dell’ultimo film, libro, articolo, avvenimento. Ci arrivano approfondimenti su notizie sconosciute, novità già superate, il tutto coperto da un rumore assordante e continuo.

Se non mancasse, ecco una pandemia, un evento che cambia immediatamente le nostre abitudini e ci fa trovare nudi e impreparati al confronto: gli scienziati rimangono abbagliati dalle luci della ribalta, i giornalisti perdono l’occasione di fare le domande giuste, i politici non riescono a inseguire i mutevoli bacini elettorali, la scuola mostra tutti i suoi limiti strutturali, gli imprenditori scoprono nuovi “si può fare” e la persona comune annaspa nella confusione totale.

Ma cosa c’entra tutto questo con il narrare le peripezie del pensiero scientifico alle prese con il coronavirus?

Tutte queste confusioni, fallimenti, speranze, illusioni mi hanno ricordato un episodio di Friends, una vecchia serie televisiva su un gruppo eterogeo di amici. Ross, un paleontologo, e Phoebe, una svampita figlia dei fiori con un passato tragico, duellano per tutto il tempo sull’evoluzione. Phoebe apre le danze con l’obiezione: “È tutto troppo semplice”.

Perché Ross alla fine non riesce a convincere Phoebe? Ha tutto a disposizione: i fatti, la conoscenza, la preparazione. È tutto evidente. Ci mette pazienza, competenza. Prova strade diverse… ma alla fine viene comunque sconfitto.

Direi che la lezione (perché si impara anche guardando una vecchia serie TV se il neurone è acceso) sta tutta negli occhi con cui guardiamo l’episodio. Se crediamo (parola non a caso) che tutte le discussioni debbano obbedire al pensiero scientifico allora siamo testardi come Ross e non siamo in grado di interagire con chi poggia il proprio vivere su fondamenta diverse.

Non nascondiamoci, è un nostro limite e non è certo “colpa della scuola” come ripetuto da più pulpiti.

In questi mesi, gli scienziati (e i giornalisti scientifici) non hanno brillato per capacità divulgativa e hanno dato spesso per scontato che la discussione dovesse avvenire solo in base al metodo scientifico. Molto spesso, troppo spesso, si sono rifugiati in un dogmatismo che non ha nulla in comune con un corretto approccio scientifico.

Prendo dunque a prestito le parole di un premio Nobel molto “umano” per chiarire cosa si intenda per metodo scientifico.

Ora vediamo come si fa a scoprire una nuova legge. In generale, il procedimento per scoprire una nuova legge è questo: per prima cosa tiriamo ad indovinare…

Non ridete, è proprio così che facciamo.

Poi calcoliamo le conseguenze della nostra intuizione per vedere quali circostanze si verificherebbero se la legge che abbiamo immaginato fosse giusta.

Infine, confrontiamo i risultati dei nostri calcoli con la natura, con gli esperimenti, con l’esperienza, con i dati dell’osservazione, per vedere se funziona.

Se non è in accordo con gli esperimenti… è sbagliata.

In questa piccola affermazione c’è la chiave della scienza.

Non importa quanto bella sia la tua intuizione, non importa quanto intelligente sia la persona che l’ha formulata, o quale sia il suo nome: se non è in accordo con gli esperimenti… è sbagliata, è tutto qui.

Ora, immaginate di aver avuto una buona intuizione e di aver calcolato che tutte le conseguenze della vostra premessa sono in accordo con gli esperimenti.

La teoria è giusta? No, semplicemente non si è potuto dimostrare che sia sbagliata, perchè in futuro, un numero maggiore di esperimenti potrebbe scoprire qualche discrepanza e la teoria si rivelerebbe sbagliata.

È per questo che le leggi di Newton per il moto dei pianeti sono rimaste valide per così tanto tempo: ha ipotizzato la legge della gravitazione e con questa ha calcolato i moti dei pianeti e li ha confrontati con gli esperimenti e ci sono volute diverse centinaia di anni prima che un minuscolo errore nel moto di mercurio fosse osservato. Durante tutto quel tempo nessuno era stato in grado di dimostrare che la teoria fosse sbagliata e poteva essere considerata temporaneamente giusta, ma non può mai essere dimostrata giusta perché le osservazioni di domani possono svelare che quello che credevamo giusto era in realtà sbagliato.

Per cui non abbiamo mai la certezza di essere nel giusto, possiamo essere sicuri solo di esserci sbagliati.

Richard Feynman

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Ecco, quindi, che il silenzio dei mesi scorsi è stato anche un personale segno di umiltà, un rifiutare la moda oltranzista del pensiero scientifico a tutti i costi, brandito come strumento di ricerca della verità assoluta e della risposta immediata a un evento che ci ha spiazzato, piuttosto che un metodo per tracciare nuovi sentieri e raddrizzare gli attuali.

Si impara mettendosi in discussione, accettandosi a vicenda. Partire dalla consapevolezza che le proprie convinzioni non siano verità assolute, dimostrate al di là di qualsiasi dubbio, ritengo sia un primo passo necessario per mettersi in cammino.

Le soluzioni di trovano su un piano comune e nessuno è più titolato (a priori) di altri quando si parla delle vite di tutti noi.

È la democrazia del metodo scientifico. Che fatica, ma che bello!

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