Tre libri in barca: La peste scarlatta (Jack London) – Lo scarafaggio (Ian McEwan) – Il dopo: Il virus che ci ha costretto a cambiare mappa mentale (Ilaria Capua)

Tre libri in barca: La peste scarlatta (Jack London) – Lo scarafaggio (Ian McEwan) – Il dopo: Il virus che ci ha costretto a cambiare mappa mentale (Ilaria Capua)

Un terzetto d’attualità. Fare filotto sulla pandemia sarebbe stato troppo, ma non vedeteli slegati. Un filo li collega. Ma, soprattutto…. niente panico!


Tre libri in barca: La peste scarlatta (Jack London), prima edizione 1912, Traduzione di Ottavio Fatica per Einaudi, 2009, 94 pagine.

Nell’anno 2013, in un mondo dominato dal Consiglio dei Magnati dell’Industria, scoppia un’epidemia che in breve tempo cancella l’intera razza umana. Sessant’anni dopo, nello scenario post-apocalittico di una California ripiombata nell’età della pietra, un vecchio, uno dei pochissimi superstiti (e a lungo persuaso di essere l’unico), di fronte a un pugno di ragazzi selvaggi – i nipoti degli altri scampati – riuniti intorno a un fuoco dopo la caccia quotidiana, racconta come la civiltà sia andata in fumo allorché l’umanità, con il pretesto del morbo inarrestabile, si è affrettata a riportarsi con perversa frenesia a stadi inimmaginabili di crudeltà e barbarie.

La peste scarlatta è uno dei grandi testi visionari di Jack London, che qui ancora una volta anticipa temi che, un secolo dopo, diventeranno ossessivi.

La citazione:

«Sussisteranno soltanto la forza e la materia, in perenne mutamento, che a furia di agire e reagire realizzeranno i tre tipi eterni: il prete, il soldato e il re. Dalla bocca dei bambini esce la saggezza senza età. Ci sarà chi lotta, chi comanda e chi prega; e tutti gli altri faticheranno e soffriranno assai mentre sulle loro carcasse sanguinanti tornerà sempre e comunque a innalzarsi in eterno la bellezza stupefacente e la meraviglia incomparabile della civiltà. Tanto varrebbe distruggessi i libri immagazzinati nella grotta: che restino o spariscano, tutte le loro antiche verità saranno scoperte, le loro antiche menzogne vissute e tramandate. A che pro…».

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Più di un secolo di vita e ancora si legge d'un fiato. Grande Jack! - Recensione #libro La peste scarlatta (Jack London) Condividi il Tweet

Lo scarafaggio (Ian McEwan), traduzione di Susanna Basso per Einaudi, 2020, 120 pagine.

Jim Sams si sveglia da sogni inquieti per ritrovarsi trasformato, dallo scarafaggio che era, in un essere umano. Nel corso della notte la creatura che fino al giorno prima sfrecciava tra mucchi di immondizia e canaline di scolo è diventata il più importante leader politico del suo tempo: il primo ministro inglese. Tuttavia, forte della grande capacità di ogni scarafaggio di sopravvivere, Jim Sams si adatta rapidamente al nuovo corpo. In breve presiede le riunioni del Consiglio dei ministri, dove si rende conto che gran parte del suo Gabinetto ha subito la stessa sorte e che quegli scarafaggi trasformati in umani sono più che disposti ad abbracciare le sue innovative idee di governo. I capi di stato stranieri sembrano sconcertati dalle mosse arroganti e avventate di Jim Sams, a eccezione del presidente degli Stati Uniti d’America, che lo appoggia con entusiasmo. Qualunque riferimento a fatti realmente accaduti e persone realmente esistenti non sembra da escludere.

Con l’intelligenza, lo spirito e la caustica ironia che gli sono inconfondibilmente propri, Ian McEwan rende omaggio al genio di Franz Kafka e alla tradizione satirica inglese che ha in Jonathan Swift il suo più eminente rappresentante. Questa metamorfosi al contrario diventa una lente attraverso cui osservare un mondo ormai del tutto sottosopra. «Il populismo – scrive McEwan nella postfazione – ignaro della sua stessa ignoranza, tra farfugliamenti di sangue e suolo, assurdi principî nativistici e drammatica indifferenza al problema dei cambiamenti climatici, potrebbe in futuro evocare altri mostri, alcuni dei quali assai più violenti e nefasti perfino della Brexit. Ma in ciascuna declinazione del mostro, a prosperare sarà sempre lo spirito dello scarafaggio. Tanto vale che impariamo a conoscerla bene, questa creatura, se vogliamo sconfiggerla. E io confido che ci riusciremo».

La citazione:

Le antenne di Jim erano assai ben sintonizzate sulla sensibilità dell’opinione pubblica.

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Affilato e diretto, McEwan non le manda a dire e infilza una generazione che finirà sui libri di storia - Recensione #libro Lo scarafaggio (Ian McEwan) Condividi il Tweet

Il dopo: Il virus che ci ha costretto a cambiare mappa mentale (Ilaria Capua), Mondadori, 2020, 144 pagine

In un momento imprecisato del 2019 si è verificato un evento biologico di eccezionale rarità: un virus animale ha fatto un salto di specie arrivando nell’uomo. Dalla metropoli cinese di Wuhan, il SARS-CoV-2 si è diffuso rapidamente in oltre duecento paesi. È ciò che gli esperti chiamano «pandemia». Nell’attesa di soluzioni e strategie per la crisi sanitaria, economica e finanziaria in corso, Ilaria Capua, una delle voci più autorevoli della virologia internazionale, prova a buttare cuore e sguardo oltre questo tempo di mezzo e a mettere a fuoco sia le cause sia le opportunità che esso nasconde. Secondo l’autrice, infatti, si può considerare la comparsa del SARS-CoV-2 uno stress test, in grado di misurare le fragilità del nostro sistema. Questo patogeno dalle dimensioni infinitesimali ha messo l’umanità intera di fronte al disequilibrio creato nel rapporto con la natura, alla riscoperta della propria dimensione terrena e della caducità che le è connaturata, all’arbitrarietà dell’organizzazione sociale che si è data, delle sue scale di valori, del concetto stesso di salute pubblica. In altre parole, ha preso tutto ciò che ritenevamo certo, indiscutibile, e ce l’ha mostrato per quello che è: una scelta, basata su una visione parziale delle cose. Uno dei motti di Ilaria Capua è: «Every cloud has a silver lining», ogni nuvola ha una cornice d’argento. Se è vero anche una pandemia, mentre ci scuote dalle radici, ha qualcosa da insegnarci. Per esempio, che dobbiamo modificare il nostro atteggiamento nei confronti della natura e della biodiversità, ponendoci come guardiani anziché invasori. Che la tecnologia, se riusciamo a non esserne schiavi, può essere lo strumento straordinario che ci permette di difendere la socialità anche in tempi di distanziamento fisico. Che, se vogliamo una società informata, matura, la scienza non può essere messa all’angolo, ma deve tornare ad avere un ruolo centrale nella conoscenza. Se non vogliamo farci travolgere, insomma, dobbiamo considerare i segnali che questo evento storico sta facendo emergere, riflettere sul dopo e ripensare il mondo. Perché è a questo che stiamo andando incontro: a un mondo nuovo.

La citazione (anzi due collegate tra di loro):

Preferisco considerare la comparsa del SARS-CoV-2 uno stress test, in grado di misurare la fragilità delle innumerevoli sfaccettature di ciò che abbiamo creato. Del concetto di salute, prima di tutto. Dell’organizzazione (o disorganizzazione) di un paese. Della nostra capacità di rispondere, di essere flessibili.

[…]

Pretendere di comportarsi esattamente come prima significa non avere la sensibilità intellettuale minima per comprendere un problema complesso come è quello di una malattia emergente. E, di conseguenza, spezzare la catena: se le misure di quarantena vengono implementate con lo scopo di tutelare l’anello più debole, infrangerle vuol dire infischiarsene di chi è più fragile e della collettività. Ovvero, far prevalere l’«io adesso» sul «noi domani».

In un tweet:

Instant book che prova, nell'urgenza, a tracciare una rotta verso una nuova normalità. Per chi teme la fine del mondo, per chi ritiene che sia solo una banale influenza, per chi pensa che saremo naturalmente migliori dopo tutto quanto … Condividi il Tweet

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