Autobus con Furore

Autobus con Furore

2013 – San Jose, Silicon Valley – California

 

22:42 – Ultima fermata, la gentile clientela è pregata di scendere.

Brividi di freddo scuotono i passeggeri, la pioggia non li risparmia. Entro nella rimessa. Joe, il mio autista, controlla che tutto sia in ordine, poi va a farsi un caffè e due chiacchiere con i colleghi.

Cambio la destinazione che porto in fronte. 22 PALO ALTO. Sono pronto per un’altra corsa.

Appena nato ho guardato le mie forme e tirato un sospiro di sollievo, certo di non essere destinato a una scuola. È vero, speravo in qualcosa di meglio, ma mi accontento di questo consumare gomme nel traffico locale, senza clamore, giorno dopo giorno.

L’unica fantasia che mi è rimasta, più invidia che altro, è riuscire a sbuffare come una vecchia locomotiva. Volete mettere presentarsi al Palo Alto Transit Center avvolto in una bella nuvola di vapore? Fatevi avanti, c’è anche la sauna!

Invece, come tutte le notti, arrivo silenzioso al via, un po’ impacciato, un po’ annoiato.

C’è già la fila. Invito tutti a salire.

22:58 – La gentile clientela è pregata di abbassare il volume della suoneria del cellulare. In caso di conversazione, si raccomanda cortesemente di contenere il tono della stessa per evitare di arrecare disturbo.

Nessuno mi ascolta, in questa notte gelida pensano solo a riscaldarsi. Volto le spalle alle colline, lascio l’Eastridge Transit Center e mi dirigo verso la parte più luminosa della valle. Mi scappa un sorriso. E pensare che questo era il più grande albicoccheto mondiale a cielo aperto. Ha cambiato nome un’infinità di volte: per i migranti cinesi era “la montagna d’oro”; per gli europei, “la Parigi dell’Ovest”; per tutti è diventata semplicemente “la baia”, il luogo dove essere liberi e giocarsi le proprie possibilità.

Nel mio andare di fermata in fermata, ne ho visto ogni angolo. Più che della frutta fresca, adesso sembra la terra dei garage. HP, Steve Jobs, VMware, Google, Facebook. Tra qui e Palo Alto, le mie porte si sono aperte davanti a eBay, Sun, Yahoo!, Hotmail, il primo ufficio della Apple, l’avamposto della Olivetti, PayPal, Netflix. Ho visto l’alba sui vari campus, là dove le idee sono diventate industrie e i pirati visionari e rispettati uomini d’affari.

Rimangono alcune vestigia del passato, ma chi pensa più ai Prunus armeniaca?

I miei ospiti si mettono comodi. Alcuni si scambiano consigli per un lavoro – chi assume, chi licenzia – ma la maggior parte vuole solo scaldarsi e riposare. Una bambina si è addormentata studiando, il padre le toglie il libro e torna ai suoi propositi.

A Santa Clara, supero l’università. A due passi da qui si trova il NASA Ames Research Center. Ci tengono in ordine quel guazzabuglio chiamato Internet e scandagliano il cielo alla ricerca di pianeti simili alla Terra. Dicono di averne scovati. Chissà, magari ritroveranno anche i frutteti scomparsi.

L’odore dell’oceano arriva fin qui. Sento la presenza del campo giochi di Google, una sede che è facile confondere con un asilo. Sulla mia fiancata si riflettono le insegne delle società che hanno reso famoso questo posto. Aziende nuove nascono di continuo, spuntano come funghi, ciascuna alla ricerca della sua fetta di gloria. Tutte illuminano la strada con i loro marchi.

Scivolo lungo El Camino. Annidata dietro il suo arboreto, la Stanford University mi lascia sempre perplesso: nata in memoria di un quindicenne morto di tifo, oggi sforna miliardari. Nessun ateneo al mondo è tanto potente, eppure di notte è placido, rilassato, si direbbe inoffensivo.

Un paio di curve e raggiungo il Palo Alto Transit Center.

00:32 – Ultima fermata, la gentile clientela è pregata di scendere.

La pioggia non accenna a rallentare e turbina qua e là, sospinta da un vento freddo. Quelli che se lo possono permettere si rintanano sotto le pensiline e aspettano la corsa successiva. Giusto un quarto d’ora, poi saranno di nuovo al caldo e all’asciutto. Ogni giro di giostra costa due dollari. L’abbonamento mensile, settanta. Gli altri si allontanano in cerca di un riparo.

I led gialli si ridispongono. 22 EASTRIDGE. Sono pronto per un’altra corsa.

H22 VTA bus from the Eastridge Transit Center on the way to the Palo Alto Transit Center in San Jose, California. San Jose Mercury News

Non è così che pensavo di spendere la mia esistenza. D’altro canto, chi sogna di diventare un albergo ambulante? Mi hanno dato anche un nome: Hotel 22. Mi piace. Purtroppo, come vi dicevo, non posso soffiare vapore. I miei ospiti dovranno escogitare un’altra soluzione per lavarsi. I più giovani si faranno una doccia a scuola, ma gli adulti? Come fai ad aggiudicarti un impiego se ti presenti maleodorante e con gli abiti sporchi? Chi ti affitterà una casa?

Celando la malinconia sotto le luci e il caldo del mio ventre, mi dirigo verso le persone in attesa. Le ho viste da lontano, scosse da un guizzo elettrico al mio sopraggiungere. Molte erano a bordo nel giro precedente, alcune – poche – sono arrivate dalla stazione e rincasano dopo una lunga giornata di lavoro. Come atto di cortesia, mi abbasso per farle salire. Sanno come muoversi, basta un istante per caricarle.

Svolto in Palm Drive. A quest’ora anche lo stadio di Stanford è muto.

00:39 – La gentile clientela è pregata di abbassare il volume della suoneria…

Nessuno mi ascolta, vogliono solo dormire, scaldarsi, le dita strette sui pochi effetti che hanno con sé.

Dietro alcuni edifici bassi, un Nikola Tesla di bronzo tiene il capo chino e osserva una lampadina wireless. Nella statua c’è una capsula del tempo. Quante illusioni ci troveranno, all’apertura. Quante appartengono ai miei passeggeri.

Se allungo lo sguardo in direzione della baia, la presenza di Google è un buco nero che mi inquieta. Non è la peggiore, ma resta la capobranco. Per coccolare i suoi geni ricorre a una flotta privata di autobus ma si appoggia alle nostre fermate, fregandosene se in questo modo costringe gli utenti dei trasporti pubblici ad attese eterne.

Gli utenti, e i conducenti. A Joe, il mio vetturino, va ancora bene, ma ho sentito di alcuni autisti delle società private di trasporto costretti a vivere in auto per non fare tardi al lavoro. D’altronde, sei fermate delle linee pubbliche in orario di punta ti rubano un’ora di vita (qualcuno prova a muoversi a piedi, ma dire che è pericoloso è un eufemismo). E comunque, gli stipendi di questi poveracci sono talmente bassi che non potrebbero permettersi un affitto.

Lì vicino, il NASA Ames Research Center non smette di cercare un mondo nuovo, un universo parallelo, mi auguro alla portata di tutti.

Continuo a scendere per El Camino. A quest’ora posso mantenere un’andatura costante, silenziosa come quella dei veicoli prodotti dalla Tesla, la cui vetrina supero con la puzza sotto il naso. Ma chi voglio prendere in giro, sono io il primo a non credere nella mia presunta superiorità. Tempo due minuti, e sarò obsoleto come la maggior parte dei miei passeggeri.

Tesla Store a Palo Alto

Mi fermo a raccoglierne uno nuovo. Ha finito il turno al lavoro e non gradisce la compagnia. Sbraita, si agita, qualcuno risponde a tono. Qualche minuto e la stanchezza prende il sopravvento, la quiete è ristabilita. La Valley Transportation Authority l’ha ribadito più e più volte: chiunque ha diritto a viaggiare sui mezzi, purché paghi il biglietto e rispetti le regole.

Un padre e una figlia riposano in un angolo. Nel giro precedente lei aveva studiato un po’ ma poi si era addormentata. Il padre era rimasto a vegliarla, la mente che macinava numeri. Calcolava quanto denaro gli manca per conquistare un alloggio vero. Ora dorme anche lui, il viso sconsolato rivolto alla ragazzina.

Mi faccio strada fra le società che hanno reso famoso questo posto. Nomi nuovi appaiono di continuo, tutti illuminano la strada con i propri marchi, pochi diventano leggenda. Dove fermano i loro autobus, i prezzi delle case schizzano alle stelle grazie ai nuovi lavoratori, trapiantati in questo lembo di mondo con salari da favola e sfide uniche da affrontare.

Sulla destra ci sono Cupertino e la Apple. Steve Jobs e la sua mela. E pensare che questa terra era sinonimo di frutta, con la Del Monte a dettar legge. Avete letto Furore, no? Era rimasto abbandonato su un sedile. Aveva il posto riservato, in barba a tutti i regolamenti. Poi è arrivato un solerte impiegato e l’ha buttato nel cestino, come se disturbasse gli schermi luminosi dei tablet.

Già, Furore. Anche adesso si spostano in massa, però qui si parla di borghesi. Sono loro i nuovi poveri, una classe media che non si può più permettere i prezzi che girano in città e allora leva le tende e va in periferia. Dove certo, la vita costa meno, ma i servizi sono limitati e di scarsa qualità. Tutti diventano vite di scarto.

La strada si adatta ai marchi da sponsorizzare, ne assume i colori. Anche la città fa lo stesso, ed elargisce sconti fiscali alle aziende per evitare che se ne vadano. E in parte ha senso, visto l’enorme indotto, meglio tenersele strette. Che tutte queste attività consentano di vivere in modo adeguato, però, è un altro paio di maniche.

E intanto la valle muore.

Arrivo a Santa Clara in orario. Intel e McAffee se ne stanno lì con quella loro aria indifferente. Supero l’università. Nel buio, le colline che abbracciano la valle sono scomparse. Di fronte a me c’è l’Eastridge Transit Center con le sue tettoie scheletriche. Ancora un istante, e cambierò destinazione. Di nuovo.

02:09 – Ultima fermata, la gentile clientela è pregata di scendere.

Alzo le luci, apro le porte.

La guardia sale, dita sul manganello, incita i ritardatari. «Muoversi, muoversi, è ora di andare!»

Homeless Portraiture – Leroy Allen Skalstad @FreeRange

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