Racconto: Andrà tutto bene

Racconto: Andrà tutto bene

«Andrà tutto bene.»

Di nuovo queste parole, che ripeto per calmarti e far tacere le mie paure. Ma non andrà tutto bene. Tu stai morendo e io non posso fare niente, se non raccontarti qualche novità, il piccolo Sasha che si sposa, Lena che ha avuto una bambina, Igor che ha raggiunto il fratello in Germania in cerca di lavoro.

Non andrà tutto bene.

Posso solo distrarti un poco senza aggiungere altro peso alla tua sofferenza.

No, non agitarti Raya, che senso avrebbe il contrario? So già come reagiresti, piccola leonessa, alle tribolazioni che la vita ci pone sul cammino. Riposati, stai tranquilla.

Ma come facciamo, amore mio, se pure i miei silenzi sono un peso? Proviamo così. Ti racconterò una delle mie pene, la più grande, ma te ne parlerò solo nella mia testa, mentre spero che un poco di riposo ti doni sollievo.

Era il settembre del 1983. Ti ricordi quel periodo? No, non penso. Tu stavi già male e io lottavo per farti prendere le medicine, convinto che quelle esangui pasticche avrebbero risolto tutto.

Mi chiamarono dalla base, qualcuno era malato e dovevo sostituirlo per il turno di notte.

Come oggi, ti raccomandai di riposare e di prendere le pillole. e ti ripetei quelle stupide parole: «Andrà tutto bene».

Indossai la divisa, quella vita che avevo intrapreso controvoglia a diciassette anni, chiusi la porta e mi addentrai in un mondo in fiamme.

Hai in mente il Boeing della Sud Corea? Sì, Raya, quello abbattuto perché aveva invaso il nostro spazio aereo. Era l’anno prima che mi dimettessi dall’esercito. La tensione era alta, non era la prima volta che gli americani ci minacciavano e sapevamo che non si sarebbero fatti scrupolo di usare le bombe nucleari anche su di noi. Non mi credi? Prova a domandarlo ai giapponesi!

Sull’autobus che mi portava al bunker Serpuchov 15, gli uomini gonfiavano il petto dicendo che erano pronti a far partire i missili, bastava un ordine. Vedendo i miei gradi e rendendosi conto del ruolo che avrei avuto nelle ore successive, balbettarono delle scuse e cambiarono discorso.

Noi non avremmo mai lanciato per primi. Ci chiamavano l’Impero del male, dicevano che l’avremmo pagata per l’aereo abbattuto e per tutto il resto, ma non eravamo stupidi! Sapevamo che gli Stati Uniti erano molto più forte di noi e che non saremmo usciti vittoriosi da un conflitto con loro. Eravamo, e siamo ancora, due cani rabbiosi che si minacciano mostrando i denti, consci che l’attacco, da chiunque dovesse partire, sarebbe l’ultimo per entrambi. Oh, certo, adesso il Muro è caduto, l’utopia si è sgretolata in tante repubbliche, i loro hamburger sono arrivati fino in centro Mosca, ma non è cambiato niente, siamo sempre i cattivi dei loro film.

Raya, ti ricordi la tensione, la paura costante, la certezza che prima o poi avremmo visto il cielo striato dalle scie dei missili in partenza, illuminato dalle comete di morte in arrivo? Mai come in quel settembre siamo stati pronti e in attesa dell’inizio della fine.

Presi il posto di comando al piano superiore, la mia squadra era schierata nella stanza sottostante, solo un vetro a separarci. Davanti a noi i monitor del sistema di allerta missili attivato da poco. Gli americani avevano portato la guerra fredda nello spazio e noi li avevamo seguiti, con i satelliti Cosmos che dall’alto vegliavano su di noi.

Ti sento tossire, fatichi a dormire per il dolore che ormai ti accompagna verso la fine. Non ti disturbo, spero che il sonno ti faccia sua mentre sono qui a vegliarti.

Ti stavo raccontando dei satelliti. Se lo Sputnik aveva terrorizzato gli americani, i Cosmos erano il nostro incubo. I loro occhi inviavano immagini al nuovo computer che le scandagliava alla ricerca dell’attacco nemico. Nel caso, la mia mano avrebbe alzato il telefono e comunicato la ferale notizia. Pochi istanti e l’inferno avrebbe avvolto la terra. Capisci, cara? Io, Stanislav Evgrafovič Petrov, avrei dato l’ordine di distruggere l’umanità.

In quella notte cruciale, due satelliti spiavano gli americani. Noi speravamo in una serata noiosa.

Oh, Raya, quanto mi sbagliavo!

Era da poco passata la mezzanotte quando, all’improvviso, la minaccia si manifestò.

«Missile in arrivo dalla costa ovest degli Stati Uniti.»

Sapevo cosa fare. Presi il microfono e iniziai a seguire il protocollo, richiamando tutti ai loro posti, ordinando la verifica dei dati e dei programmi, chiedendo la conferma visiva dell’avvenuto lancio.

Un missile era in volo. I punti di controllo validavano l’allerta. Mancava solo la conferma visiva. Il punto di partenza era nella zona crepuscolare, là dove il sole ancora non era ricomparso a illuminare la terra.

Ma qualcosa non tornava. Perché un solo missile?

I miei superiori erano già allertati, ma il protocollo stabiliva che fosse il supervisore del centro di controllo ad annunciare un attacco in corso. Alzai la cornetta e dichiarai un falso allarme. La voce all’altro capo chiese conferma, dubbiosa. Di nuovo, fornii la stessa interpretazione. Nessun missile, falso allarme.

Ebbi a malapena il tempo di chiudere la chiamata che già la notizia di un secondo lancio rimbalzava per la sala.

«Secondo missile in arrivo. Ripeto. Secondo missile in arrivo.»

Pochi istanti e i missili divennero tre, quattro, cinque!

Raya, immagina. Cinque missili, ognuno con una potenza di decine di volte superiore a quella della bomba sganciata su Hiroshima. E io lì, in bilico tra il protocollo e il non voler credere che stesse succedendo in quel modo, tanto diverso da qualsiasi nostra simulazione.

La conferma finale continuava a mancare. I satelliti erano inutili, la posizione stimata della minaccia fuori dalla portata dei radar.

Se avessi formalizzato il lancio, i nostri missili si sarebbero librati all’istante sterminando metà della popolazione degli Stati Uniti. Se avessi insistito nell’idea che si trattava di un errore del computer, e se mi fossi sbagliato, il nostro mondo sarebbe sparito invano.

Sette minuti. Sette interminabili minuti prima di avere un riscontro inequivocabile.

Nel frattempo, era tutto un «Il computer non può sbagliare», «Abbiamo oltre trenta conferme», «I sensori a infrarossi hanno verificato tutti e cinque i lanci», «Le procedure impongono di dichiarare l’attacco».

Non mi fidavo. Sono un analista, e la mossa americana non aveva senso. Forte della divisa, il militare che era in me teneva in riga la truppa con ordini secchi. Nella mia testa, un turbinio di pensieri.

Sei minuti.

«Camerati! Avanti con i controlli.»

Cinque minuti.

Se mi sbaglio moriranno a milioni.

Quattro minuti.

Dovrei seguire il protocollo.

Tre minuti.

Non voglio essere ricordato come l’uomo che ha scatenato la terza guerra mondiale.

Due minuti.

Non si è mai sentito di un soldato dell’Armata Rossa che non creda nel sistema.

Un minuto.

«Continuate!»

Trenta secondi.

Nemmeno tu, Raya, potevi immaginare cosa stesse accadendo nel bunker.

Tre… Due… Uno…

«I radar non confermano il lancio. Ripeto. I radar non confermano il lancio.»

Presi il microfono.

«Ragazzi. Oggi la nostra nazione dormirà in pace. Grazie a tutti. Avete fatto un lavoro incredibile.»

Pensa, Raya, anni dopo hanno scoperto che erano solo riflessi di nubi in alta quota. Un evento talmente raro che i programmatori neppure l’avevano preso in considerazione.

Non mi sentivo un eroe. Ero solo un analista che aveva notato un’anomalia e interrotto un programma fallato. Tu ti chiederai perché non l’avesse fatto anche il maggiore Osipovič prima di abbattere il Boeing sudcoreano, ma non hai vissuto la caserma, non puoi capire. Inoltre io avevo un certo tipo di formazione, lui no. Non che lo giustifichi, sia chiaro. Ma so che, nel mio caso, mi è solo capitato di trovarmi nel posto giusto al momento giusto.

Intorno a me, invece, il clima era completamente diverso. Congratulazioni, pacche sulle spalle, battute su future medaglie.

Non fu così.

Venni chiamato a giustificare delle bazzecole. Qualche annotazione mancante sul registro, come se in quei momenti avessi avuto il tempo (e le mani) per poter compilare anche il diario delle attività. Mi hanno rifiutato qualsiasi promozione, ho dovuto lasciare l’esercito, mi è stata negato anche un minimo di tranquillità economica.

Tu stavi male, sempre peggio. Sei la mia priorità, la mia ragione di vita. Lo so, non te ne ho mai accennato. Come potevo condividere con te anche quel fardello, aggiungere al tuo dolore anche quella solitudine, l’emarginazione, l’abbandono da parte della famiglia in cui avevo sempre creduto?

Il 26 settembre 1983 non esiste. Io me lo sono sepolto dentro. E loro anche. Niente di nuovo sul fronte orientale.

Ma adesso basta rivangare il passato. Proviamo a rubare ancora qualche istante alla vita. Riposa, amore mio, sono con te. Dormi un poco. Andrà tutto bene.


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