R come robot

R come robot

Se pensiamo al futuro, presente o in arrivo, la parola robot prima o poi fa capolino introducendo nel discorso tutti i temi cari alla fantascienza. A seconda dell’età, l’immaginario evocato è molto diverso, in alcuni casi spiazzante, come mi è successo più volte parlando a scuola. Io pensavo a Terminator, Caprica 6 e cervelli positronici mentre i nati in questo millennio citavano Siri, Alexa e Roomba. Per fortuna, il franchise Star Wars ha creato una base comune con C3-PO e BB-8.

Ma evitiamo per il momento le derive generazionali e concentriamoci sulla parola. Robot deriva dalla parola ceca robota che significa lavoro pesante, a propria volta derivata dall’antico slavo ecclesiastico rabota, servitù. Tale termine raggiunge la maturità nel dramma utopico I robot universali di Rossum di Karel Čapek (1920):

«Quale operaio è migliore dal punto di vista pratico? È quello che costa meno. Quello che ha meno bisogni. Il giovane Rossum inventò l’operaio con il minor numero di bisogni. Dovette semplificarlo. Eliminò tutto quello che non serviva direttamente al lavoro. Insomma, eliminò l’uomo e fabbricò il Robot.»

Quindi, togliamoci le fette di salame dagli occhi e collochiamo il robot nella sua accezione di schiavo di XXI secolo.

Parafrasando la definizione della Nazioni Unite riportata nella Convenzione supplementare sull’abolizione della schiavitù, del commercio di schiavi e delle istituzioni e pratiche analoghe alla schiavitù:

«[La schiavitù] è lo stato o la condizione di un individuo dispositivo sul quale si esercitano gli attributi del diritto di proprietà o taluni di essi, e lo “schiavo” è l’individuo il dispositivo che ha tale stato o condizione».

È questo il motivo del suo successo. Come moderni ateniesi sogniamo di elevarci dal vile lavoro e di passare il nostro tempo in attività superiori grazie a questo “diritto naturale”. Il robot è senza anima, non anela a qualcosa, vive in funzione dei nostri bisogni, ed è sinonimo di ricchezza.

Traslate tutto quanto la nostra cultura associa al concetto di schiavo e vi ritroverete nel futuro (e nel presente).

Pensiamo alla figura di Spartaco, il condottiero trace ridotto in schiavitù e divenuto gladiatore, che si mise alla guida di un esercito di ribelli contro l’impero romano? Potremmo dire che “aveva un piano”, un po’ più semplice di quello dei cyloni di Battlestar Galactica.

Nell’antica Atene, gli schiavi non potevano possedere attività o beni, ma non era raro che i padroni li lasciassero risparmiare per poi comprarsi la libertà o per iniziare una attività in proprio su cui avrebbero pagato una tassa al padrone. Vi ricorda forse la battaglia, anche legale, dell’uomo bicentenario di Asimov per assomigliare sempre più al proprio padrone?

Nell’Orazione per l’invalido di Lisia, la difesa dell’accusato avviene sostenendo che le entrate sono talmente esigue da non potersi permettere neppure uno schiavo. Una difesa valida tenendo conto che anche al poverissimo (e schiavo) Anakin Skywalker viene comunque concessa la possibilità di costruirsi un robot con dei pezzi di scarto.

E se allarghiamo il concetto, traducendo in schiavitù la sorte dei molti galeotti spediti da sua Maestà britannica nelle colonie penali dell’Australia, terra di confine e confino, un posto dove stare, lavorare e morire? Facciamo un salto fino al 2019 futuro (!) dove i replicanti vivono nelle colonie extra-terrestri. Se si danno alla fuga o tornano illegalmente sulla Terra vengono “ritirati dal servizio” dai Blade Runner. È lo stesso replicante Roy Batty che si riconosce nella figura di schiavo appena prima di pronunciare il famoso monologo.

«Bella esperienza vivere nel terrore, vero? In questo consiste essere uno schiavo! Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.»

Questo è il bagaglio che ci portiamo appresso quando alcuni dispositivi vengono da noi identificati come robot! Se poi è un oggetto militare russo…

Ma intanto, a poco a poco, i robot stanno entrando nelle nostre vite ed è sempre più facile poter “metterci le mani” e prendere confidenza.

Ma cosa rende robot un robot? La domanda è meno facile di quel che sembra. Una definizione abbastanza generica è che un robot è un dispositivo autonomo in grado di percepire l’ambiente, elaborare una decisione e trasformare questa in un’azione nel mondo reale.

Secondo questa definizione, Roomba è un robot in quanto è in grado di percepire l’ambiente in cui si muove, decidere dove andare e che azione compiere sfruttando i propri attrezzi. Peccato che questa accezione sia talmente generica da permettere di etichettare (e vendere) come robot anche una lavatrice o un termostato!

La definizione più immediata è stata data da Joseph Engelberger: «Non so come definirlo, ma so riconoscerne uno se lo vedo».

Una parola che può aiutarci nel dipanare la questione è automa. Robot non è un sinonimo moderno e più affascinante del termine automa. Secondo il dizionario Treccani, automa deriva dal latino automătus, dal greco αὐτόματος che significa «che si muove da sé». In particolare:

  1. Macchina che riproduce i movimenti (e in genere anche l’aspetto esterno) dell’uomo e degli animali. Quindi, figurativamente, persona priva di volontà propria, che agisce o si muove macchinalmente senza coscienza dei propri atti: camminava come un automa; sembrare, ridursi un automa.

  2. In cibernetica (in particolare nella teoria generale degli automi), sistema definito da un insieme di segnali di entrata, di stati interni e di segnali di uscita, e tale che per ogni segnale in entrata fornisce un segnale d’uscita dipendente dallo stato interno in cui il sistema stesso si trova.

  3. Nella teoria dei sistemi complessi, automa cellulare, strategia di rappresentazione di sistemi complessi, i cui elementi costituenti sono immaginati come collocati nei nodi di una rete e possono assumere diversi stati a seconda delle interazioni con gli elementi vicini.

Facciamo attenzione al primo lemma e al riferimento alla coscienza dei propri atti. Se ci pensate, non vediamo malizia o consapevolezza in un cancello automatico, in una macchina del pane o in un impianto di climatizzazione. Quindi tutti i robot sono automi ma non tutti gli automi sono robot (a dispetto dei pubblicitari).

Eppure, la distinzione non è banale e, come nel caso della definizione di intelligenza artificiale, alla fine risiede negli occhi di chi guarda, alla sua epoca, alla sua cultura, alla sua sensibilità. Quello che quarant’anni fa avremmo catalogato tutti come un robot, adesso appare come un automa stupido, senza coscienza dei propri atti.

Pensate ai “robot” utilizzati dagli artificieri. Come i nerd di The IT Crowd mi viene da etichettarlo come robot, ma alla fine è una macchinina telecomandata, dotata di telecamera e pinze, pilotata in tutte le sue fasi dall’operatore umano. Fortunatamente, non prende alcuna decisione in modo autonomo.

Che differenza c’è quindi con i rover marziani? Poco o tanta, dipende da come valutiamo l’autonomia del dispositivo, una necessità legata anche al tempo impiegato dai segnali di comando per raggiungere il pianeta rosso (e i guai sono dietro l’angolo se il pilota fa l’ingegnere in The Big Bang Theory)

(Divagazione: non so se avete notato, ma alla NASA non li chiamano robot!)

Allo stesso modo, non riconosciamo come robot un aereo, anche se ormai molte delle funzioni più critiche sono automatizzate e demandate al velivolo. Un’autonomia che è già costata situazioni molto spiacevoli.

Rimane quindi la consapevolezza che il robot è negli occhi di chi guarda: se il dispositivo richiama forme naturali, umane o di animali, è più facile che lo etichettiamo come robot anche se la sua capacità di decisione autonoma non è poi così elevata. Se la forma è atipica, deve veramente mostrare (imitare) sprazzi di intelligenza e creatività per non essere ridimensionato a un elettrodomestico o a un plotter.

Il discorso sarebbe lungo, tra la uncanny valley e i robot che perdono la loro dimensione fisica trasformandosi in BOT… ma questa è un’altra storia (come dicono quelli bravi).

Facciamo così, se il post vi è piaciuto commentate e vedrò di proseguire la descrizione

Nel frattempo, al netto dei filmati pubblicitari questo video del 2015 della Darpa Robotic Challenge continua a essere una reale prova su strada dei robot fuori dal loro ambiente conosciuto.

Quindi #umanostaisereno (ops, non dovevo dirlo!)

(guardatelo fino alla fine)

 

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