L’articolo: Ivano Fossati: «L’addio alle scene? Esibirmi in pubblico era diventato solo fatica e routine» di Walter Veltroni

L’articolo: Ivano Fossati: «L’addio alle scene? Esibirmi in pubblico era diventato solo fatica e routine» di Walter Veltroni

Bellissima intervista a cui non rende giustizia il titolo.

Walter Veltroni accompagna Ivano Fossati in una chiacchierata tra “pensionati”. Per fortuna, non si discute di cantiere e di malattie ma solo del senso della vita.

Alcune chicche:

C’è un momento preciso nel quale hai deciso «basta, smetto»?
«Credo di aver deciso trent’anni prima di annunciarlo. Ha pesato il mondo dal quale provengo. Mio padre è stato mio nonno. Io il padre non l’ho avuto, è andato via quando avevo un anno. Via, lontano. Lontano da me, da noi. Mio nonno lavorava in una conceria, lavoro duro. Mi ha fatto capire che non era giusto dedicare tutta la vita a quello che si faceva, anche se era una cosa bella. Nella sua idea un terzo della vita doveva essere libero, dedicato a quello che tu sogni di fare, a quello che ti regala serenità, felicità. Nel suo caso — era un uomo semplice, un operaio di fabbrica — era andare a caccia, a passeggiare sui monti».

«E poi tutti i parenti, gli zii, erano naviganti e da subito mi hanno trasmesso l’idea che fosse bello conoscere gli altri. Un mio zio, si chiamava Ettore, faceva il fuochista. Quando ero piccolo lui era già anziano e in pensione. Aveva viaggiato tanto. Descriveva le persone — fossero scandinave o africane — così bene che te le faceva amare, ritenere indispensabili. Io guardavo la cartina per scoprire dove fossero quei luoghi mirabolanti. Ettore, il fuochista, mi trasmetteva l’idea di quanto fosse prezioso poter parlare con persone così lontane. Non così diverse, così lontane».

Come vedi il futuro?
«Lo vedo in quel modo: tenermi vicine le cose. Non voglio rinunciare. Non mi sfiora neanche la disillusione o il pensiero che le cose non siano più meritevoli di essere vissute. No, io mi voglio tenere quel bicchier d’acqua vicino. Tante cose evolvono male, ma tante altre bene. Credo nei ragazzi di oggi. Molti di loro cercano, vogliono sapere, capire, non vedono l’ora di essere aiutati a camminare da soli. Il futuro c’è, sono loro. Non so bene cosa combineranno, ma se mi devo regolare sul loro sguardo e su quello che dicono, divento ottimista. Posso credere che il futuro ci riserverà molte cose belle».

Buona lettura (cliccate sull’immagine per andare all’articolo del Corriere della Sera)

 

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