Trascorro molto tempo in auto e la programmazione radiofonica ha da tempo smesso di essere a mia misura, tra orari rigidi di trasmissione, pubblicità e contenuti troppo spesso annacquati. Negli anni mi sono trovato così a scoprire e a innamorarmi di un modo diverso di fruizione della valanga di notizie, link e commenti che popolano la nostra quotidianità. Questa modalità di chiama podcasting.

Un podcast non è altro che un insieme di contenuti multimediali (tradizionalmente, audio) scaricabili da Internet. Quando e come ascoltarli è lasciato all’ascoltatore, che ne può usufruire mentre è in palestra, in auto, durante le pulizie di casa…

Tutto qua? Solo un modo diverso di chiamare i “vecchi” audiolibri?

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Per la verità, un podcast è più simile a un contenitore radiofonico che a un libro parlato. In un podcast di successo, puntata dopo puntata, la squadra degli speaker che si alternano al microfono crea contenuti che rimangono freschi e godibili anche a distanza di anni producendo una biblioteca audio pronta all’uso. Ad esempio, un podcast come Wikiradio, curato da Rai Radio 3, racconta un evento accaduto nella data di pubblicazione della puntata regalandoci uno spaccato di storia, chiaro e dettagliato, in un almanacco in continuo popolamento. In questo caso il medesimo contenuto viene reso disponibile tramite media diversi, sia trasmettendolo nella normale pianificazione radiofonica, sia rendendolo scaricabile per la programmazione personale, sia garantendo l’ascolto tramite il sito web dell’emittente. Una scelta divenuta ormai abituale anche in Italia, finalmente!

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Tra gli speaker, di fianco ai professionisti della radio, troviamo appassionati di tutti i generi, dai ricercatori di Scientificast, agli appassionati di Fantascienza di Fantascientificast, agli smanettoni di Digitalia, agli storici di HistoryCast, ai giornalisti di Piano P. Una ricchezza incredibile di competenza e passione, in grado di costruire un rapporto più diretto con il pubblico.

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In modo similare a quanto avvenuto con l’ondata delle radio libere negli anni ’70, il podcast ha liberato inventiva e originalità democratizzando la distribuzione di notizie, curiosità, approfondimenti attraverso il costo irrisorio richiesto per “la messa in onda”.

Per realizzare un podcast serve veramente poco:

  • un microfono,
  • un programma per l’editing della puntata,
  • un servizio di hosting su cui ospitare le puntate e
  • un mezzo per distribuirle.

L’audio deve essere di buona qualità, e gran parte del lavoro lo fa un buon microfono utilizzato in un posto adeguato. Inoltre, se si prevedono interviste a persone collegate remotamente, servirà un programma ad hoc per gestire in modo indipendente le tracce dei singoli partecipanti.

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Il passaggio successivo è la post-produzione. Tagliare e cucire la puntata, aggiungere una sigla che identifica il podcast e qualche effetto sonoro, livellare l’audio… tutte attività che si possono fare con prodotti open-source (qualcuno ha detto Audacity?).

Le puntate vanno poi conservate in un posto accessibile agli ascoltatori. Possono essere ospitate in un sito web, ma questo potrebbe causare problemi di spazio, saturare la banda di rete a disposizione o sovraccaricare il sito rendendolo inaccessibile. Ci sono tante soluzioni a disposizione per pochi euro al mese (qualcuno ha detto Spreaker, SoundCloud o uno dei tanti servizi di Storage Cloud?).

Infine, il mezzo per distribuirle. I podcast vengono normalmente diffusi tramite Feed RSS (un tema che merita una voce ad hoc del dizionario). Questi feed possono essere facilmente generati all’interno del sito o del servizio che ospita le puntate della trasmissione. Tale metodo viene inoltre utilizzato anche per pubblicare il podcast in iTunes, un passaggio obbligato nel mercato attuale.

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Dimenticavo… servono idee chiare e una buona programmazione! Non si diventa podcaster semplicemente registrando i discorsi che si fanno al bar! Ma purtroppo, non è detto che quest’ultima avvertenza sia rispettata da tutti.