I protocolli di comunicazione sono la linfa vitale di Internet, una versione digitale della biodiversità. Ogni limitazione, filtro, censura a questi e alle modalità d’accesso e di distribuzione è un attacco a quello che è stato indicato come il primo emendamento della rete delle reti: la Net Neutrality o Neutralità della Rete.

“Lo strato di trasporto di Internet non dovrebbe essere modellato in accordo con applicazioni particolari ma dovrebbe fornire solo il servizio di trasporto basilare dei pacchetti IP, nella modalità cosiddetta “first come, first served”, sul modello della tecnologia originale di Internet, creata nei primi anni ’70. La discriminazione nella consegna dei pacchetti sulla base del tipo di traffico (tra cui le pratiche che vanno sotto il nome di “quality of service”), rappresenta invece una forma di non neutralità.” – Susan Crawford – membro del consiglio direttivo dell’ICANN

Il tema è parecchio discusso, anche se le sue basi risalgono addirittura all’epoca del telegrafo.

“[…] i messaggi ricevuti da ogni individuo, compagnia, o corporazione, o da ogni linea telegrafica che si connetta a questa a uno dei due capi, deve essere trasmesso in modo imparziale nell’ordine di ricezione, tranne per i messaggi del governo che debbono avere priorità.” – An act to facilitate communication between the Atlantic and Pacific states by electric telegraph, 16 giugno 1860

Quasi 150 anni dopo l’argomento rimane un terreno di scontro. Si veda il seguente grafico della qualità video Netflix in funzione del fornitore di servizi Internet (ISP).

La linea superiore è la qualità fornita da Cablevision, la linea inferiore è riferita a Comcast. Non penso ci siano dubbi sul fatto che il traffico Netflix stesse viaggiando in modo diverso tra i due provider prima del marzo 2014. Il caso, seppure presenti tante sfaccettature che appassioneranno gli specialisti di rete, è considerato l’esempio più lampante di mancanza di neutralità di un fornitore.

Nel 2015 durante la presidenza Obama, la Federal Communications Commission (Commissione federale delle comunicazioni degli Stati Uniti, FCC) classificò i fornitori di servizi Internet (ISP) come erogatori di servizi pubblici per l’ultimo miglio obbligandoli a rispettare il principio di neutralità attraverso tre semplici regole: nessun blocco, nessuna limitazione, nessun priorità.

Il 25 novembre 2015 venne varato il regolamento europeo 2015/2120 che stabiliva misure per un’Internet aperta. Un documento con evidenti lacune che rendevano l’Europa molto più permissiva degli Stati Uniti. I problemi sollevati ricadevano nelle forme ormai classiche di attacco alla neutralità della rete:

  • Il regolamento impediva di rallentare, bloccare o dare priorità ai servizi internet ma escludeva da questo vincolo i servizi di nuovo generazione (specializzati) che avrebbero potuto richiedere requisiti ad hoc. Nulla però avrebbe impedito agli operatori di etichettare come speciale un servizio che avrebbero voluto discriminare o promuovere a danno degli altri.
  • Alcuni operatori iniziano a trattare in modo diverso alcuni servizi rispetto ad altri, ad esempio non conteggiando il traffico dati effettuato. Questa pratica fornisce un vantaggio competitivo unico ad alcuni rispetto ad altri mettendo a serio rischio l’innovazione e la competizione tipiche di Internet. Nel nuovo regolamento questa pratica, denominata zero rating, veniva consentita. Peccato che si possa configurare in alcuni casi anche come abuso di posizione dominante, in virtù del fatto che in molte località non si ha neppure la possibilità di scegliere tra più operatori.
  • I fornitori di servizio avevano inoltre la possibilità di definire classi di servizio aprendo di nuovo la porta alla possibilità di discriminare alcuni contenuti, protocolli o applicazioni. Ad esempio, alcuni operatori hanno messo in una classe di servizio più bassa le comunicazioni crittografate, di fatto minando la capacità degli utenti di difendere la propria privacy.
  • Per finire, era consentito ai fornitori di servizio di gestire il traffico in modo da prevenire una congestione. Ma non era chiaro fino a dove ci si sarebbe potuto spingere per “prevenire”. Adducendo questa ragione, nulla avrebbe vietato agli operatori di penalizzare alcuni protocolli o applicazioni.

L’opinione pubblica si attivò immediatamente e nell’ottobre 2016 vennero pubblicate le linee guida per ripristinare la completa neutralità della rete.

E infine arriva Trump.

Nel gennaio 2017, il nuovo presidente americano nomina Ajit Pai, uno dei dirigenti della FCC più ostili alla Net Neutrality, a capo della Commissione. Pochi mesi dopo, inizia lo smantellamento delle norme volute da Obama nel 2015 e viene autorizzata la commercializzazione dei dati raccolti dai provider (come già avviene per i fornitori di contenuti quali Facebook e Google).

Sarebbe un errore però interpretare l’argomento come una battaglia tra i provider di rete e i generatori di contenuti, con gli utenti come danni collaterali. Ad esempio, è dal 2010 che Facebook prova nuove vie per aumentare le persone connesse (alla propria piattaforma). L’esperimento Apollo coinvolse alcune compagnie telefoniche nelle Filippine, America Latina e Africa per offrire l’accesso a Facebook senza alcun addebito per i dati consumati (un caso da manuale di zero rating). Globe, la seconda compagnia telefonica delle Filippine, superò la concorrenza di 20 punti percentuali in soli quindici mesi. L’iniziativa venne parecchio criticata nei singoli stati coinvolti, principalmente in base a motivazioni antimonopolistiche e abuso di posizione dominante.

Facebook cambiò strategia annunciando nel 2015 Internet.org, una iniziativa volta a fornire gratuitamente alcuni servizi web selezionati, incluso il traffico dati necessario, alle persone non connesse a Internet.

Già il nome pone alcuni dubbi: chiamare Internet.org qualcosa che non è libera, neutrale e aperta (Internet, appunto) è pura manipolazione. Non a caso, Facebook l’ha prontamente ribattezzata Free Basics dopo le prime proteste.

Ma il punto è ancora più sottile, ossia, è possibile “regalare” parti di Internet scelti in modo arbitrario da un fornitore? Si ricade di nuovo nel concetto di “zero rating”, che sposta la discriminazione dal concetto di pacchetto dati a quello di contenuto.

Nonostante gli slogan iniziali, sia il marketing effettuato da Facebook e dai suoi partner sia i dati effettivi hanno mostrato come il target indirizzato da Internet.org non fossero i poveri, ma la fascia di chi in internet c’era già.

Alcuni stati, oltre all’India anche il Cile, hanno bloccato Internet.org e Free Basics in base alla Net Neutrality e a politiche antimonopolistiche. Da diverse parti si sono levate verso Facebook accuse di colonialismo digitale. Secondo Deepika Bahri, professoressa alla Emory University specializzata in postcolonialismo, le similitudini sono tante:

  • Presentarsi come il salvatore
  • Usare spesso parole come eguaglianza, democrazia, diritti umani
  • Nascondere gli obiettivi di profitto a lungo termine
  • Giustificarsi dicendo che è meglio qualcosa anche se molto piccolo e parziale piuttosto che niente
  • Allearsi con le élite locali e con interessi acquisiti
  • Accusare i critici di ingratitudine

“Alla fine, se non è un’anatra non dovrebbe starnazzare come un’anatra.”

Dopo la sconfitta in India, Facebook ha riaperto i canali diplomatici con la Cina, l’unico altro grande bacino da cui poter attingere la crescita di utenti necessaria al piano aziendale.

Di sicuro, la battaglia rimane aperta tra chi vuole mantenere l’originalità di Internet e chi la vuole trasformare in qualcosa di diverso, consolidando posizioni acquisite, spartendosi le aree di influenza, limitando la possibilità che lo status qua venga alterato. Una battaglia iniziata con la privatizzazione della Rete avvenuta nel 1995 e l’apertura all’uso commerciale, grazie all’introduzione della crittografia con il protocollo SSL (Secure Sockets Layer) e ai primi negozi (eBay e Amazon).

Il tema è aperto, voi che ne pensate?

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