Per potere comunicare è necessario avere delle regole comuni, qualcosa che permetta di scambiare in modo rapido e univoco le informazioni tra le parti. L’insieme di queste norme, in informatica, prende il nome di protocollo.

Immaginiamoci una telefonata tra due persone che non si conoscono.

«Pronto?»

«Buongiorno, sono Carlo Verdi. Chiamo per l’annuncio pubblicato sul giornale di oggi.»

«Per la bicicletta usata?»

«Sì, per la bicicletta da bambino. Volevo chiedere alcune informazioni, se posso.»

«Prego, mi dica.»

«Mi potrebbe descrivere meglio…»

 e così via.

Per non terminare in malo modo la comunicazione (come spesso accade con le promozioni telefoniche) viene adottato da entrambi un comportamento educato e formale. Si inizia con una serie di frasi di circostanza utili a impostare lo scambio di informazioni (ad esempio, l’italiano va bene e i partecipanti sono quelli richiesti), poi si chiarisce l’oggetto della comunicazione, si prosegue con il nocciolo della questione e si arriva alla chiusura. Se qualcosa manca, la nostra innata flessibilità prova a sopperire magari passando al dialetto locale o integrando fatti e informazioni utili. Quando lo scambio avviene invece tra un qualsiasi dispositivo collegato a una rete di comunicazione, le regole devono essere definite in modo formale a priori e una loro violazione porta alla mancata trasmissione dell’informazione.

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Anche tra le macchine, come tra gli umani, l’informazione può essere scambiata tramite canali diversi (verbale, visiva, olfattiva, tattile…). Ad esempio, il protocollo Bluetooth ci consente di collegare tra loro elementi fisici quali cuffie e microfoni, computer, braccialetti fitness, smartwatch. È il livello più basso possibile. A un livello superiore, abbiamo invece protocollo di rete come Wi-Fi o Ethernet. È possibile aggiungere livelli superiori a quelli esistenti aumentando le capacità di comunicazione e/o le loro peculiarità, stando attenti a non creare una nuova torre di Babele.

babele photo

Photo by raffaelebrustia

La presenza di differenti protocolli è una caratteristica di Internet, la rete delle reti. Ci sono i mattoni per far viaggiare le nostre informazioni tra i vari nodi della rete (IP, UDP, TCP, DNS, DHCP…) e ci sono vere e proprie applicazioni che fanno della comunicazione la loro missione. Tra queste possiamo citare i protocolli di posta (SMTP, POP, IMAP), quelli per lo scambio di file (FTP, HTTP, ONION, GNUTELLA, TORRENT, RSS…) fino a meccanismi dedicati all’allineamento dell’orario (NTP), alla messaggistica (IRC, OSCAR, MTProto, SKYPE, XMPP…), alla telefonia (SIP, RTP, IAX…), alla diffusione audio e video (RTSP, MMS, HLS, HDS…)… C’è anche un protocollo per il controllo delle caffettiere (RFC 2324- Hyper Text Coffee Pot Control Protocol – HTCPCP, uno dei migliori scherzi per il primo d’aprile).

Alcuni protocolli non sono standardizzati e sono stati creati per connettere soluzioni proprietarie. Per fortuna, gli standard aperti la fanno da padrone garantendo una maggiore semplicità d’accesso e l’esistenza stessa di Internet. La loro gestione è demandata a organismi internazionali quali ISO/OSI e il World Wide Web Consortium (abbreviato W3C), fondato nel 1994 da Tim Berners-Lee.

La numerosità e la continua evoluzione dei protocolli di comunicazione garantisce la linfa vitale a Internet, e ai suoi sottosistemi quali il Word Wide Web e l’Internet delle Cose. È la versione digitale della biodiversità. Ogni limitazione, filtro, censura ai protocolli e alle modalità d’accesso è un attacco a quello che è stato indicato come il primo emendamento della rete delle reti: la Net Neutrality.

Nel frattempo, sorrido leggendo che nel 2016 sono state scoperte 18000 nuove specie.

Curiosità: Il protocollo Bluetooth omaggia Harald Blåtand (Harold Bluetooth in inglese), conosciuto in Italia come re Aroldo I di Danimarca, che unì gli scandinavi in un unico regno introducendo nella regione il cristianesimo. Il logo Bluetooth è composto dalle rune nordiche Hagall (H) e Berkanan(B), le iniziali del re Dente Azzurro.

 

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