Racconto: La bomba, il drone e il presidente

Racconto: La bomba, il drone e il presidente

New York, 19 maggio 1962

La donna sistema il vestito color carne con un rapido sussulto dei fianchi e si avvolge più stretta nella corta pelliccia bianca, come per proteggersi. Trae un lungo respiro. Ha corso per arrivare in orario, deve recuperare il fiato. Peter la chiamerà a breve. Si fa forza, certa che il peggio è alle spalle.

 

Van Nuys, California, 1944

Il ventiseienne David Conover, fotografo al servizio della First Motion Picture, scattava le ultime pose. Erano mesi che visitava una fabbrica militare dopo l’altra su incarico del comandante, Ronald Reagan. Lo scopo di quelle missioni era semplice: raccogliere spunti, scovare materiale in grado di motivare le truppe. E quello che aveva trovato lì, a Van Nuys, era senza dubbio in grado di solleticare la fantasia di un militare. Un aereo che volava da solo! Beh, aereo. In realtà soltanto la miniatura di un normale monoplano leggero da turismo, però guidata da lontano tramite onde radio.

«Se i nostri ragazzi sono in grado di colpire i miei modellini… ah, si chiamano RP-5, prenda nota. Anzi, no, scriva OQ-2 come vogliono quelli dell’esercito. Dicevo, se abbattono questi, allora possono tirare giù senza problemi anche gli aerei della Lutwaffe, visto che sono almeno tre volte più grandi. Un giochetto, insomma», gli aveva latrato in faccia il proprietario.

I piloti avevano anche trovato un nomignolo a quei bersagli: drone, «fuco», a causa del ronzio sordo e della passività tipici dei maschi delle api. Dal 1941 ne avevano prodotti a migliaia, che ora sfrecciavano agli ordini delle diverse forze armate americane.

David si era appuntato le caratteristiche principali. Lunghezza, oltre due metri e mezzo; apertura alare, circa tre e settanta; peso, quarantasette chilogrammi; potenza, sette cavalli. Quell’affarino era in grado di volare per sessanta minuti a oltre centotrenta chilometri orari.

Avanzando lungo la linea di assemblaggio continuò a scattare fotografie alle ragazze più carine, ma non vide nulla in grado di tenere su il morale dei ragazzi al fronte. Alzata un’altra volta la macchina, inquadrò una brunetta con la faccia sporca di grasso e procedette, salvo fermarsi di botto un paio di passi più in là. Era bellissima. Donna ma ancora bambina, diciotto anni al massimo, due occhi intriganti che catturavano. Il suo accompagnatore percepì l’interesse.

«Signora Dougherty, le spiacerebbe venire con noi? Faremo alcune foto con gli aerei».

Conover era ancora imbambolato. Tutto si sarebbe aspettato, tranne la perfetta ragazza della porta accanto.

«Signora Dougherty… ho capito bene?»

«La prego, mi chiami Norma Jeane».

Gli scatti risultavano al primo colpo.

«Qual è il suo compito qui alla Radioplane?»

«Perlopiù, vernicio i droni con un apposito spray ritardante che evita loro di incendiarsi una volta colpiti. Altre volte, invece, impacchetto i paracadute che frenano la caduta di quelli non abbattuti».

Parlava tenendo in mano un’elica bianca, i terminali rossi come le sue labbra.

 

Norma Jean Dougherty fotografata da David Conover per la rivista Yank,
Norma Jean Dougherty fotografata da David Conover per la rivista Yank,

Le chiese cosa pensasse di fare una volta finita la guerra, ma la donna si tenne sul vago. Quello che trapelò forte e chiaro fu che non aveva avuto una vita facile, che la famiglia d’origine era un argomento da evitare, che il signor Dougherty era un tentativo che non stava dando frutti e che il suo futuro non era ancora stato scritto.

«Posare le viene naturale. Ha mai pensato di fare la modella?» Buttò lì la frase in mezzo alle altre necessarie a mantenere viva la scena.

Negli occhi della brunetta passò un lampo di possibilità.

Il fotografo, avvezzo a cogliere le sfumature, vide l’idea farsi strada nella sua mente.

«Se vuole, posso darle le basi. Poi si vedrà. Non le prometto niente, però. E tenga anche presente che i soldi, in caso ce ne fossero, non saranno molti».

Gli occhi di lei sfavillarono.

Nelle due settimane a seguire, David Conover incontrò ancora Norma Jeane e le spiegò come mettersi in posa e guardare in macchina. Era stupito dalla luminosità del suo volto, una fragile, sconcertante vivacità.

Norma Jean by David Connover - 1944

Quando lo trasferirono nelle Filippine le indicò un collega, Bill Carroll. Stava giusto cercando una persona con le sue qualità…

Beach babe by William Carrol - young Norma Jean

Inghilterra, 12 agosto 1944

«Vincete! Vincete sempre!»

Il tenente sentiva risuonare nelle orecchie la tipica esortazione paterna. Terminate le venticinque missioni aeree obbligatorie, aveva deciso di rimanere come volontario. Non era ancora il momento di tornare a casa a raccogliere l’eredità politica del padre. Aveva davanti a sé il resto della guerra. Una sfida da vincere, meglio se da eroe. Il fratellino aveva già avuto la sua, di medaglia. Ora toccava a lui dimostrare il proprio valore, e sarebbe stato ancora più straordinario di Jack.

Anche per questo aveva aderito con entusiasmo all’idea del Generale Carl «Tooey» Spaatz, comandante delle forze aeree americane in Europa. Il progetto Afrodite era il primo passo verso un futuro fatto di velivoli in grado di sbaragliare il nemico da soli. Non ci sarebbe più stato bisogno di mettere a repentaglio la vita dei piloti.

Sulla carta, il piano era perfetto. Prendere dei vecchi quadrimotore, svuotarli delle protezioni, degli armamenti e di tutto quanto non strettamente necessario per riempirli di Torpex, il nuovo esplosivo inventato dai britannici, una volta e mezzo più potente del TNT.

Per il momento, però, erano ancora i piloti a portare in quota la bomba volante. Una volta trasferito il controllo all’aereo di comando, distante e al sicuro, gli uomini si paracadutavano in una zona tranquilla e il quadrimotore, senza più nessuno a bordo, veniva teleguidato a bassa quota sull’obiettivo.

Purtroppo, fin lì l’esito non era stato all’altezza delle aspettative.

Bombe volanti fuori controllo (avevano quasi colpito il porto di Ipswich), piloti abbattuti e pochi danni inferti. Inoltre, farli librare tanto in basso rendeva gli aerei un bersaglio troppo facile per i soldati ben addestrati della Luftwaffe.

Eppure gli insuccessi erano serviti solo a renderli ancora più determinati, e tutti erano certi della piena riuscita della missione successiva.

La sua.

Aveva quasi diecimila chilogrammi di Torpex da sganciare su Mimoyecques, a venti chilometri da Calais, dove i nazisti stavano costruendo un’arma fissa con cui scagliare fino a cinque granate all’ora su Londra. La minaccia finale, a detta dello stesso Churchill.

Una volta partiti i due Lockheed Ventura con i sistemi di radio controllo, fu il suo turno. Sul mare, gli si affiancarono due caccia P-38 Lightning. La scorta. Un De Havilland Mosquito guidato dal colonnello Elliott Roosevelt, figlio del presidente degli Stati Uniti, li seguiva riprendendo l’intera missione. Procedeva tutto secondo copione, lui e il suo ingegnere di volo seguivano la costa puntando a est.

Quando i due a bordo si prepararono ad armare l’esplosivo e trasferire il controllo ai due Lockheed, dal quadrimotore uscì un filo di fumo. L’esplosione fu talmente violenta che scagliò frammenti dell’aereo a distanza di miglia. L’enorme palla di fuoco nero si tramutò in un polipo, i lunghi tentacoli che raggiungevano terra. Alla fine aveva ottenuto la sua medaglia.

Joseph P. Kennedy Jr., Joseph P. Kennedy Sr., John F. Kennedy. 02 July 1938
Joseph P. Kennedy Jr., Joseph P. Kennedy Sr., John F. Kennedy. 02 July 1938

 

Hyannis Port – Stati Uniti, 13 agosto 1944

Due sacerdoti si presentarono alla residenza nel pomeriggio, mentre il proprietario – l’ex ambasciatore americano a Londra – riposava. Rose, la moglie, avrebbe preferito evitare di svegliarlo, ma una volta appreso che recavano notizie del figlio maggiore corse al piano di sopra a chiamarlo.

«Signore, ci dispiace comunicarle che ieri il tenente Joseph P. Kennedy Jr è caduto in missione», annunciò il prete più anziano.

Kennedy non batté ciglio ma all’interno divenne ghiaccio. Il suo principe ereditario… sconfitto!

Il padre lasciò per un attimo spazio al patriarca e il pensiero corse al nuovo delfino, il secondo dei nove figli.

Jack, come lo chiamavano in famiglia. Ora toccava a lui.

 

New York, 19 maggio 1962

Norma Jeane è pronta. Scacciato dalle orecchie il fastidioso ronzio, eco dei droni che verniciava in California, raggiunge Peter Lawford sul palco del Madison Square Garden. Il fiato non è ancora tornato, ma farà del suo meglio. Lo deve fare. Consegna la corta pelliccia a Peter, dà un buffetto malizioso al microfono e lancia uno sguardo a Hank Jones, che attacca le prime note. Il pubblico è ammaliato dai venticinquemila strass che tempestano l’abito aderente.

«Happy birthday to you…»

La voce regge a stento, ma per i quindicimila presenti l’effetto è da brividi, fra toni spezzati e sospirati.

«Happy birthday, Mr President…»

Mentre due pasticcieri portano una gigantesca torta bianca, John Fitzgerald Kennedy sale sul palco per ringraziare. Un pensiero al fratello maggiore scomparso in guerra e al consenso a proseguire la sperimentazione coi droni. Basta piloti americani che cadono in mani nemiche.

«Dopo un augurio tanto dolce, posso anche ritirarmi dalla politica», scherza il giovane presidente guardando Marilyn..

Marilyn Monroe, John Fitzgerald Kennedy e Robert Kennedy - 1962 - Madison Square Garden
Marilyn Monroe, John Fitzgerald Kennedy e Robert Kennedy – 1962 – Madison Square Garden

Norma Jeane sorride. Forse può davvero lasciarsi alle spalle i matrimoni falliti, la dipendenza da alcol e psicofarmaci, gli interventi chirurgici, gli amori senza futuro, l’aborto, la madre.

Lasciarsi alle spalle tutto, ed essere solo Marilyn Monroe.

 

Ultimo aggiornamento: Novembre 2016

3 Replies to “Racconto: La bomba, il drone e il presidente”

  1. La tanto discussa figura del Presidente Reagan un merito ce l’ha… quello di aver contribuito a regalare al mondo il mito di Marilyn Monroe.

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