Racconto: La stella del Walton

Racconto: La stella del Walton

Inghilterra, agosto 1948

L’uomo pedalava sicuro di sé come chi è avvezzo a percorrere velocemente lunghi tratti di strada. Appena dieci chilometri lo separavano da Walton-upon-Thames. Di norma li avrebbe affrontati di corsa, ma di lì a poco aveva un appuntamento per cena e non voleva presentarsi ai propri ospiti sporco e sudato. Il Tamigi, al suo fianco, ondeggiava esitante, quasi fosse incerto se dirigersi verso Londra come sempre o cambiare direzione. La campagna era un’oasi di pace a confronto della capitale ancora ferita dalla guerra, ma l’uomo macinava la distanza in modo automatico, la mente che si arrovellava come al solito. Da Cambridge, dove al momento lavorava, era tornato per qualche giorno a Teddington al fine di consegnare l’ultimo resoconto e cercare di dirimere, tra gentiluomini, la chiusura prematura dell’anno sabbatico.

«Professore, ben arrivato». La voce, abituata a richiamare l’attenzione a lunga distanza, interruppe bruscamente il flusso dei pensieri.

«Buona sera, Mr Harding. È un piacere vederla», replicò lui legando la bicicletta a un palo e togliendosi la molletta dalla gamba destra dei pantaloni.

«Non si fida?», chiese il segretario del locale club di atletica con una punta di rammarico per la scarsa stima dimostrata nei confronti dei suoi concittadini.

«È più una  questione pratica. È stato un tale fastidio quando me ne hanno rubata una a Londra, anni fa, che vorrei evitare di ripetere l’esperienza».

Peter Harding si strinse nelle spalle, poco convinto.

I due uomini entrarono nel pub e subito si ritrovarono avvolti dal fumo e dal vociare dei presenti, che li accolsero con una salva di saluti, congratulazioni e auguri.

Harding e il suo ospite si accomodarono al tavolo più lontano dalla radio e dalle freccette, arbitri dei successivi giri di birra. Le ordinazioni arrivarono subito, sempre le stesse.

«Un brindisi, professore. Il suo miglior tempo è stato di soli undici minuti superiore alla medaglia d’oro alle Olimpiadi. Soddisfatto? A proposito, che maratona!».

«Quel belga, Gailly… è stato bravo a condurre fino allo stadio di Wembley, ma crollare così e farsi superare all’ultimo da Cabrera e Richards! Mah, un errore dovuto alla mancanza d’esperienza, suppongo. In ogni caso, lei vi avrebbe fatto un’ottima figura».

«La ringrazio, ma l’anno scorso alle qualificazioni ero ancora acerbo e tuttora non sono convinto che…».

«Non si sminuisca come al solito, professor Turing. Lei è un talento naturale e con una buona preparazione batterà sicuramente Richards. Non l’abbiamo forse già sconfitto?». Harding alzò ancora la pinta per un altro brindisi che Alan Turing accolse con un sorriso goffo e impacciato. Non era mai stato capace di ricevere complimenti senza provare un certo imbarazzo e ancora adesso, a trentasei anni, arrossiva con facilità. Era accaduto lo stesso quando gli avevano assegnato la borsa di studio per il King’s College, quando aveva vinto il premio Smith e quando, a Princeton, Von Neumann gli aveva offerto il posto di suo assistente.

«Ma mi dica, a cosa debbo il piacere della sua visita? Al telefono è stato molto abbottonato…».

«Vede, Mr Harding, tra poco mi dovrò trasferire a Manchester per lavoro».

La notizia si stampò sul viso di Harding come un francobollo della Royal Mail.

«Quindi ci vuole abbandonare? È passato per dirci addio?», chiese, già rassegnato.

«Assolutamente no! Volevo discutere con lei come fare a rimanere un atleta del club, pur vivendo a oltre trecentocinquanta chilometri di distanza. Non ho intenzione di smettere di correre seriamente, né tanto meno di farlo per altri».

Peter Harding riprese a respirare. Per un momento aveva temuto d’aver perso la stella del Walton, improbabile accozzaglia di spazzini, figli di pastori, dentisti e impiegati.

«Non si preoccupi, professore, troveremo il modo di far funzionare il tutto. Inoltre non mi sembra che lei abbia particolari difficoltà a muoversi, dico bene? Ci basta solo un minimo di pianificazione. Anche se…». Il viso di Harding divenne una maschera piena di dubbi, gettando Turing nell’inquietudine e nell’imbarazzo.

«Mr Harding, ci sono problemi? Sa, mi dispiacerebbe molto». Sentendo il tono sommesso, nessuno avrebbe pensato che quell’uomo alto e modesto avesse smontato le comunicazioni naziste orientando il corso della guerra. Ma, in quel pub, nessuno sapeva cosa aveva fatto né era a conoscenza degli studi che stava conducendo. Lì, Alan Mathison Turing era solo la stella della locale squadra di atletica.

Dall’altro lato del tavolo scoppiò una fragorosa risata. «Mi stavo chiedendo come avremmo fatto senza i grugniti che emette mentre corre. Sa che l’abbiamo sempre sentita, prima di vederla arrivare? Nella nebbia più fitta, lei è la nostra sirena! A parte gli scherzi, Mr Turing, lei continuerà a essere il nostro alfiere sino a quando vorrà. Troveremo il modo, gliel’assicuro». Harding alzò di nuovo il bicchiere, ormai praticamente vuoto, per un ultimo brindisi vòlto a sigillare l’accordo.

Soddisfatto dall’esito della chiacchierata, Turing ringraziò e uscì.

Recuperata la bicicletta, partì veloce come sua abitudine, quasi fosse in fuga da una strega maligna. Il cuore però era sereno, l’esercizio fisico lo aiutava a frenare la mente dal continuo peregrinare, creativo ma a volte poco strutturato.
Accelerò l’andatura. Era in ritardo per la cena con David Champernowne, uno dei suoi più cari amici fin dai tempi del King’s College di Cambridge. Voleva discutere con lui di scacchi, magari fare una partita nella variante di loro invenzione. Quell’alternarsi di mosse e corse intorno alla casa compensava la maggior abilità scacchistica di Champ. Ma, più probabilmente, dopo cena avrebbero finito per discutere di nuovo dell’algoritmo per far giocare a scacchi un calcolatore. Stavano ancora dibattendo il nome. Al momento il favorito era Turochamp, anche se al suo socio non piaceva per l’assonanza con la falsa intelligenza del Turco. Chissà, magari sarebbe riuscito a metterlo in esecuzione sul calcolatore che stavano costruendo alla Manchester University… Beh, per lo meno aveva chiuso l’esperienza al National Physical Laboratory di Teddington. Quei burocrati e la loro paura di pensare in grande! Alla fine si erano limitati a realizzare solo un modello in scala ridotta del suo Automatic Computing Engine. E non aveva dubbi che pure il resoconto consegnato, sulle macchine intelligenti, avrebbe finito per ammuffire sulla scrivania di Darwin.

La bicicletta era decisamente meno efficace della corsa per spegnere la mente. Turing accelerò ancora l’andatura e iniziò a canticchiare il suo mantra personale: Dip the Apple in the Brew, Let the Sleeping Death Seep Through.

(prima apparizione su Sapere Luglio/Agosto 2014)


Il Walton Athletic club. 1946, Domenica. A Walton-upon-Thames il team locale di atletica in posa prima di raggiungere la sede delle gare. La loro stella è Alan Turing, a sinistra con un piede sul bus. Rif: AMT/K/7/19

Dal Times del 25 Agosto 1947 – Turing sfiora la qualificazione per le Olimpiadi di Londra del 1948.

Alan Mathison Turing

Etienne Gailly raggiunge lo stadio di Wembley durante la maratona olimpica del 1948

Etienne Gailly attraversa Borehamwood durante le Olimpiadi di Londra © Hertfordshire Archives and Local Studies

26 Dicembre 1946, Turing si piazza secondo nella corsa organizzata dal National Physical Lab. Rif: AMT/K/7/8

L’argentino Delfo Cabrera supera il belga Etienne Gailly durante il giro finale della maratona all’interno dello stadio di Wembley e vince la medaglia d’oro olimpica.

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